UNA STRADA ACCESSIBILE A TUTTI

San Francesco di Sales e i Laici

Relazione del prof. Roshan Borsato – 20 gennaio 2014

Dopo il periodo apostolico e quello delle prime comunità cristiane (al termine delle persecuzioni), la storia della Chiesa si evolve in maniera tale da dover gettare le basi per il proprio futuro, e si impegna su due fronti: risolvere le difficoltà circa il vivere la sequela di Cristo e confermare la volontà dei credenti di incarnare il Vangelo.

Ma, proprio in quel tempo, sempre più uomini iniziano a ritirarsi nel deserto, per dedicarsi alla “ricerca di Dio”, nella solitudine e nella preghiera: gli anacoreti, infatti, divennero i veri modelli da imitare e così iniziò il fenomeno del Monachesimo in Egitto e in tutto il medio oriente.

Ma non fu un momento felice per la religione: troppi giochi di potere inquinavano la politica; le masse mancavano di istruzione e di benessere e questo impediva ai più di accostarsi alla Sacra Scrittura; tante eresie dividevano la Chiesa; e solo ai sacerdoti o ai religiosi era fruibile il “sacro”, mentre i laici restavano sempre relegati in un ruolo minore (e ricordiamo poi, che molte di queste “distorsioni” sono durate quasi fino al Concilio Vaticano II).

Tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, San Francesco di Sales è il primo che inizia a inculcare nel pensiero cristiano che “la santità è per tutti” e tutto il suo ministero si fonda su questa base: ognuno ha la stessa possibilità di salvarsi e questo avviene negli ordinari modi della vita di ognuno. Non c’è da confezionare alla santità un abito “adeguato”, la fede non è una presunzione che regna solo nei salotti o nei monasteri, non è qualcosa che è compatibile con il galateo: no, la santità è un impegno per tutti e si deve evolvere come un cammino di maturazione.

E il Santo parte dall’immagine che ognuno deve porgere, deve offrire agli altri: chi si avvia per la strada della devozione si deve rendere amabile e credibile.

Leggiamo in Filotea: “Gli abiti siano semplici ma conformi alla essenza e alla convenienza della nostra condizione, così non respingiamo ma catturiamo alla nostra imitazione.

E ancora: “Sii sempre in ordine, Filotea; non ci deve essere niente in te di trascurato, di approssimativo, di raffazzonato: sarebbe un discredito per quelli che incontrerai. Dovrai andare da loro con un abito decoroso. D’altro canto, evita l’affettazione, la vanità, e incontra tutti semplicemente”.

Amore alla Devozione.

Cos’è la “devozione”? E’ la santità accessibile a tutti. E tutto questo dà una svolta totale alla spiritualità moderna.

Dice a Filotea: “Proprio perché sono Vescovo, Dio vuole che deponga nel cuore dei fedeli non solamente le verità comuni, ma anche la carissima e amata devozione”.

Quali sono qui le novità?

          Rivolgersi a tutti i fedeli;

          Affidare ad essi la possibilità di una vita devota in qualsiasi condizione di vita.

“Pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte del principe, dall’intimità degli sposi, è un errore, anzi un’ERESIA”.

La devozione, così, è la ricerca della santità.

Leggiamo nelle sue lettere: “La santità è desiderabile in tutti i tempi e in tutti i luoghi, perché essa modera i nostri eccessi”. – “La devozione rende la giovinezza più gioiosa e più amabile e la vecchiaia meno insopportabile e noiosa”.

Per San Francesco, quindi, la devozione non è l’insieme delle preghiere da fare mattina e sera, non è l’atteggiamento speciale di riverenza verso Dio, non sono le candele accese e i gesti esteriori, né i tanti libretti di preghiere.

Le radici di questo concetto sono:

          un rapporto fra due persone (io e Dio);

          rapporto di fedeltà;

          rapporto di limpidezza;

          atteggiamento affettuoso;

          umile confidenza;

          Totus Tuus: – servizio del servitore; – lealtà dell’amico.

La devozione diventa così un ITINERARIO A DIO (AD DEUS).

In Filotea: “La vera e viva devozione, Filotea, corre nelle braccia di Dio. Anzi, non è che un vero amore per Dio – non un amore genericamente inteso. L’amore di Dio si chiama GRAZIA (ciò che abbellisce l’uomo), perché ci rende accetti alla divina Maestà. L’amore di Dio si chiama CARITA’, perché ci dà la forza di agire bene.

Quando poi è raggiunto un tale livello di perfezione, per cui non solo ci dà la forza di agire bene, ma ci spinge ad operare con cura e con prontezza, allora si chiama devozione”.

La devozione, quindi, è una sorta di agilità e vivacità spirituale per mezzo della quale la carità agisce in noi e, se vogliamo, noi agiamo per mezzo suo.

La vera devozione, poi, fa ancora meglio, perché:

          non porta danno alla vocazione,

          ma la arricchisce (tutti divengono più cordiali, si “semplificano” nella propria vocazione (per esempio, la cura della famiglia diventa più serena, più sereno l’amore tra marito e moglie, ecc.).

La devozione è in sostanza una continua conversione verso la vita mistica, perché lo scopo di Francesco è che la PERSONA SI UNIFICHI, MUTI DIREZIONE E CRESCA globalmente.

Papasogli, autore di una biografia su di lui, dice che per il Santo la devozione diventa l’immissione in Dio di tutto ciò che volgiamo, pensiamo, facciamo, amiamo, speriamo e produciamo. Quindi, non deve ridursi alla dolcezza, soavità, consolazione, tenerezza sensibile del cuore che ci porta alle lacrime e ai sospiri pur quando siamo mossi da pietà. No; essa si realizza pienamente solo nell’incontro con Dio e nell’incontro con gli uomini.

In una lettera, infatti, scrive: “Non solo dovete essere devota e amare la devozione, ma renderla amabile a tutti. La vostra famiglia l’amerà se vi vedrà più sollecita del suo bene, più dolce quando tratterete gli affari. Il vostro signor marito la amerà se vedrà che siete più cordiale verso di lui e più soave nell’affetto che gli dimostrate”.

Per Francesco, non c’è il gentiluomo che assolve i suoi compiti da un lato e dall’altro il cristiano che compie i suoi doveri religiosi, ma egli mira alla piena UNIFICAZIONE.

La devozione, allora, non è un frammento, una parte di vita quotidiana; essa bisogna conquistarla con fatica nella sua totalità, e faticare davvero per conquistarla. E questo grande lavoro dipende dalla nostra fiducia in Dio: ad essa bisogna arrivare con serietà, con buona volontà.

Devozione non è “devozioni”, cioè espressioni di preghiera che scaturiscono dalla religiosità popolare.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1676) leggiamo: “E’ necessario un discernimento pastorale per sostenere e favorire la devozione popolare e all’occorrenza, per purificare e rettificare il senso religioso che sta alla base delle devozioni stesse, per far progredire i fedeli ne4lla conoscenza del Mistero di Cristo”. Qui la chiave interpretativa è il rapporto con il Cristo, e tale relazione avvolge tutto l’uomo, lo coinvolge nella dinamica dell’amore, che è possibile e attuabile in ogni luogo e in ogni momento. Questa dinamica induce la persona a fare ciò che piace a Dio, QUI e ORA.

Per il Santo Vescovo non c’è spazio per i sentimentalismi, per le emozioni passeggere, per le superficialità. In ogni luogo e in ogni tempo deve essere presente la volontà di Dio e bisogna vivere così la propria vita battesimale, aspirando seriamente alla devozione (rendendosi disponibili allo Spirito).

La strada alla Santità.

Se la devozione è la strada del sentire in armonia con Dio, Francesco, comunque, vuole allontanare le stonature, allontanando anche il riduzionismo.

Nelle lettere scrive: “Non voglio una devozione fantastica, confusionaria, malinconica o triste, ma una pietà dolce, soave, gradevole, che si faccia amare da Dio e dagli uomini”.

Non è quindi una teoria, ma uno stile di vita.

Serve pazienza, coerenza, impegno. “Dopo aver deciso di iniziare il cammino, – scrive – non bisogna lasciarsi prendere dall’agitazione per le nostre imperfezioni. Non dobbiamo voltarci indietro”.

Parlando del concetto di santità in San Francesco di Sales, alcuni autori fanno riferimento al concetto di “esperienza”, inteso come atto che coinvolge tutta la persona. Lo sperimentare, in tal senso, si presenta con tre diverse modalità:

          Esperienza religiosa (esperienza del “sacro”; non c’è ancora fede, ma solo fascino – quindi, non è esperienza di Dio);

          Esperienza cristiana (qui c’è esperienza di Dio – è il credo apostolico, è il suo principio – è una modalità di partecipazione alla vita di Dio);

          Esperienza mistica (nuovo modo di sperimentare Dio – in essa c’è un modo misterioso di Dio di operare nell’animo umano).

Qui c’è tutta le “trilogia” di sorgenti che concretizzano la “vita Ad Dei”.

In Filotea, il Santo fissa tre elementi determinanti per vivere la vera conversione: EUCARESTIA – ORAZIONE – MUTAMENTO DI PERCORSO (conversione, appunto).

Per lui, l’inizio si ha sempre nel cuore dell’uomo: il cuore è la sorgente delle azioni (ogni azione è secondo il cuore).  Il 21 luglio 1605 scrive alla Baronessa de Chantal: “Io non ricordo che il Signore ci abbia chiesto di guarire la testa della Figlia di Sion, ma unicamente il suo cuore. No, Egli non ha detto: Parlate alla testa di Gerusalemme, ma Parlate al cuore di Gerusalemme”.

Il termine greco (METANOIA) che traduciamo con “conversione” fa riferimento alla mente: esso significa cambio totale di mentalità, del modo di pensare. La tradizione ebraica, invece, con riguardo alla conversione indica un “girarsi indietro” (una sorta di “inversione a U” delle automobili), che coinvolge tutto l’uomo. La conversione, quindi, è un atto del cuore dell’uomo: esso è il punto d’incontro fra Dio e l’uomo, fra la chiamata di Dio e la risposta dell’uomo. Il cuore è la sede dell’Amore, delle decisioni che impegnano tutta l’esistenza. E tutta la vita dello Spirito ruota attorno alle qualità del cuore dell’uomo; esso è il Santuario più interno della personalità, luogo di libertà, mezzo che sollecita la ragione a fare ciò che piace a Dio.

Ma esso non va solo ascoltato, va anche “educato”, ci deve essere una “linea di condotta”: deve, cioè, manifestare devozione, saggezza, decisione. Così, ogni “conversione” si pone come un vero e proprio viaggio all’interno di se stessi, in cui bisogna avere come desiderio e come mèta Dio.

Il problema dell’uomo ruota intorno a tre domande:

          conosco me stesso;

          chi sono veramente;

          cosa desidero dalla vita.

Per rispondere a queste domande, che racchiudono il senso della vita, bisogna avere attenzione, costanza, impegno. Se si trascurassero, si peccherebbe di superficialità e indifferenza, si fuggirebbe quasi da se stesso.

Le risposte, per essere produttive, devono avere un humus su cui germogliare.

In Filotea leggiamo: “Dio non ti ha messa al mondo perché aveva bisogno di te. Lo ha fatto solo per dimostrare in te la sua bontà, arricchendoti della sua grazia e della sua gloria. Considera i doni corporali che Dio ti ha dato, e il dono della santità, le grazie spirituali. Fermati e considera quanto buono e generoso sia stato Dio con te”. Qui l’esito sarà lo stupore della bontà di Dio e la volontà di fare memoria delle grazie che Lui ci ha donato.

Ancora in Filotea: “Molti non vogliono pensare alle grazie che Dio ha dato loro o perché non ne hanno il coraggio o perché temono di cadere nella vanagloria. Ma il mezzo per giungere all’amore di Dio è il pensiero dei suoi benefici: meglio li conosciamo e più amiamo Dio”.

Da qui, le conseguenze:

          fedeltà ai comandamenti;

          volontà di lottare contro il peccato;

          preghiera (contatto con Dio).

Confessione

 

Ma, come ogni percorso umano, anche la devozione conosce momenti di fermo, di abbattimento, di buio. E’ allora in questi momenti che ci viene in soccorso la “riconciliazione”, questo sacramento che ci ridà il gusto di Dio e che ci fa recuperare la nostra stessa esistenza.

Ecco perché la conversione è un lungo cammino, è una realtà quotidiana, è una costante educazione del cuore. Bisogna ricominciare ogni giorno, con nuova costanza.

“Il cuore dell’uomo – scrive Francesco – quando si carica di affetti inutili, superflui, pericolosi, non riesce più a correre con completa prontezza, fatica dietro al suo Dio, che è il centro della sua devozione”.

“La nostra umana natura – scrive in Filotea – facilmente si allontana dai buoni sentimenti per la fragilità e per le cattive inclinazioni della carne che appesantiscono l’animo e lo trascinano continuamente in basso; essa dovrebbe reagire, spingendosi ancora in alto per mezzo dei buoni propositi. Cara Filotea, hai bisogno di rinnovare e ripetere molto spesso i buoni propositi già formulati di servire Dio. Se non farai così, correrai il rischio di ricadere nel tuo povero stato o in uno stato ancora peggiore”.

Ancora: “Non deve bastarti di abbandonare il pericolo, ma devi sbarazzare il cuore da tutti gli affetti legati al peccato. Per poter compiere il bene con prontezza e diligenza, devi confermarti nella via della devozione”.

Un esempio che il Santo faceva a questo proposito, era quanto san Luigi, re di Francia, raccomandava al figlio: “Confessati spesso; scegliti un confessore devoto, che sia molto prudente e che possa insegnarti con sicurezza a fare il tuo dovere”.

La confessione ha così un ruolo pedagogico per la persona: essa non deve essere sede di inquisizione o fustigazione, ma deve avvenire nella calma spirituale, per risollevarsi umilmente dalle imperfezioni. Bisogna, spiega il Santo, detestare l’offesa che viene fatta a Dio, ma bisogna avere anche una certa umiltà gioiosa che si compiace di riconoscere la propria miseria. Egli vuole che la confessione non sia “generica”, vaga, ma che i peccati siano indicati in modo chiaro e senza equivoci, senza giri di parole, con franchezza e senza scuse. Ripete più volte, infatti, che, “se scusiamo la nostra anima senza fondamento, la rendiamo indolente, ma se l’accusiamo con leggerezza le togliamo il coraggio e la rendiamo pusillanime”. Si cammini, quindi, con semplicità e con fiducia.

Se si vuole procedere speditamente, poi, Francesco fissa la raccomandazione delle raccomandazioni: bisogna scegliersi qualcuno che ci sia guida e ci accompagni.

E’ necessario che ci sia qualcuno accanto a noi che discerne le nostre azioni e ci aiuti con le sue esortazioni e i suoi consigli, ci sveli i tranelli e gli inganni del Nemico, sia un tesoro di sapienza nelle afflizioni, tristezze, cadute, balsamo per alleviare e consolare il cuore, ci protegga dal male e ci renda stabili nel bene. La guida spirituale è una “grazia”, da volere fortemente. “Giacché ti sta      a cuore camminare con una buona guida in questo santo viaggio della devozione, cara Filotea, prega Iddio che ne provveda uno secondo il suo cuore e poi non dubitare. Sii certa che, a costo di mandarti un Angelo dal cielo, come fece con il giovane Tobia, ti invierà una guida capace e fedele. Ti ripeto, chiedilo a Dio, e una volta che l’hai trovato, benedici la sua divina Maestà, fermati a quello e non cercarne altri ma avviati con semplicità, umiltà, confidenza. Il tuo sarà un viaggio felice”.

 

Eucaristia

 

E’ il pane del cammino, rimedio che sana la fragilità dell’uomo, trasformandolo, passo dopo passo, in un altro Cristo.

Donandosi a noi, il Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli attaccamenti disordinati alle creature, radicandoci in Lui.

                      Vitrail_F. de S.Orazione

E’ il mezzo con cui Dio ci attira a sé, in cui avviene l’unione con Lui.

“Durante il giorno – consiglia a Filotea – mantieniti alla presenza di Dio, dà uno sguardo all’azione di Dio e alla tua. Scoprirai che Dio ha sempre gli occhi rivolti verso di te, e ti guarda con infinito amore”. Osservando le sue parole, le sue azioni e i suoi affetti, impareremo con il suo aiuto, a parlare, agire, a volere come Lui. Egli “cerca adoratori in spirito e verità” (vd. Vangelo di Giovanni, cap. 4).

La tradizione cristiana conserva tre espressioni della vita di preghiera:

          preghiera vocale;

          meditazione;

          orazione.

Tutte hanno in comune un fatto fondamentale: il raccoglimento del cuore.

La meditazione (Catechismo 2705) è la ricerca di come aderire e come rispondere a ciò che il Signore chiede (qui, un aiuto viene dalla S. Scrittura, dalle icone, ecc.).

L’orazione (Catechismo 2712) è la preghiera del figlio di Dio, del peccatore che si apre ad accogliere l’amore con cui è amato e che vuole corrispondere amando ancora di più. L’orazione è l’abbandono umile e povero all’amorosa volontà del Padre.

Francesco intuisce il connubio Conoscenza-Esperienza.

L’esperienza perfetta fra Dio e l’uomo si chiama COMUNIONE.

Si conosce una persona e si accetta di fare ciò che le è gradito perché la si ama. E’ così anche con Dio, ci dice Francesco: per seguirlo, bisogna fare esperienza di Lui. Non possiamo amare ciò che non conosciamo; e dunque, più conosciamo più amiamo.

Tutto questo si conquista con l’orazione, che non è ricerca intellettuale di Dio, ma incontro del cuore. Ecco perché, consiglia il Santo, bisogna essere fedeli all’orazione, non dedicarle solo ritagli di tempo: essa è un dono, che si conquista attraverso un percorso faticoso ma gioioso, in un contesto di vero e proprio “combattimento spirituale”.

Quali sono i pericoli?

Sognare di essere ciò che non si è ed agire in modo diverso rispetto a ciò che si deve fare. Questa è la tentazione di nascondersi nell’immaginario: invece, nella vocazione che Dio ci ha dato, noi ritroviamo tutta la nostra pienezza. Il Santo scrive, infatti: “Dio vuole che lo serviate nel luogo in cui vi trovate, con gli esercizi convenienti per il vostro stato e con gli atti che ne sono conseguenza”. E ancora: “Lasciamo volentieri le altezze delle cose grandi; forse non siamo capaci di un ruolo elevato nel servizio di Dio. Saremo già contenti di servirlo in cucina o come fornai, magari suoi camerieri. E’ Lui soltanto che può decidere di chiamarci a fare parte dei suoi intimi”. Infine: “Bisogna avere un cuore capace di pazientare: i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo”.

San Francesco di Sales, attraverso queste considerazioni legate all’umiltà, ci avvia a meditare l’importanza della contemplazione: essa è un “raccoglimento interiore” che prescinde dal luogo in cui siamo, o dalle attività che stiamo compiendo. “La gente sarà pure intorno al tuo corpo, ma il tuo cuore sia in solitudine con il tuo Dio”.

In questa analisi, ci affidiamo al TEOTIMO: in questo “Trattato dell’Amore di Dio”, la contemplazione non è altro che “un’amorosa, semplice e costante attenzione dello spirito alle cose di Dio”.

Egli qui spiega che, per raggiungere la contemplazione, abbiamo bisogno di:

          ascolto della Parola di Dio;

          conversazioni e colloqui spirituali;

          lettura di libri devoti;

          preghiera e meditazione;

          formare buoni pensieri.

E “se la meditazione è la madre dell’Amore, la contemplazione ne è la figlia”.

 

Il ruolo delle Virtù

Le virtù ci servono per l’attuazione del bene.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1803) leggiamo che la virtù è “la disposizione abituale e ferma a fare il bene. Essa consente alla persona non solo di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé”.

Bisogna quindi – con le virtù – scegliere il bene. Ma ci si può chiedere: perché farlo? e come?

Se si ha il “perché” si ha anche il “come”, e per tutto questo si sopporta ogni fatica e ogni difficoltà; bisogna trovare, cioè, la motivazione sufficiente.

Nel Catechismo (1804) troviamo: “Le virtù umane sono perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti e ordinano le nostre passioni e orientano la nostra condotta secondo ragione e fede”.

S. Francesco, a riguardo, vede come ogni vocazione abbia le sue virtù fondamentali, ed è vero che tutti le devono possedere; ma non tutti le devono possedere allo stesso modo: ognuno deve solo impegnarsi a conquistare ciò che gli serve per compiere quello a cui è stato chiamato. Per lui, le virtù non si acquistano tutte insieme, ma una dopo l’altra: man mano che assopiamo le nostre passioni, le virtù ci aiutano a moderarle e governarle.

Ma bisogna anche distinguere ciò che è virtù da ciò che non lo è. “Molti pensavano di possedere una virtù fino a quando non sono caduti nel vizio contrario. E così a molti sembra di avere una virtù, mentre in realtà essi possiedono solo una buona inclinazione”.

“I piccoli gesti quotidiani di carità, – scrive in Filotea – un mal di testa, un lieve malessere, una stranezza del marito o della moglie, quello sforzo di andare a letto più tardi per pregare o svegliarsi prima per adempiere all’orazione; in breve, tutte le contrarietà accettate e abbracciate con amore, fanno piacere alla Bontà divina che per un bicchiere d’acqua ha promesso la felicità. Le grandi occasioni di servire Dio si presentano raramente, le piccole invece le hai sempre; fa tutto in Suo nome e tutto sarà fatto bene”. La persona devota, quindi, fa ciò che piace a Dio: è forte il suo “perché”, quindi sopporta anche il “come”.

 

 

Le virtù di San Francesco di Sales

AMICIZIA

E’ un modo di vivere nel concreto la carità, è uno strumento adeguato alla crescita nella via della devozione; essa mette “in sintonia” due o più “viandanti” che insieme si possono sostenere ed aiutare nel cammino.

Francesco parla di “Alleanza reciproca” e di “santa Amicizia”. La base, qui, è avere una viva attenzione a quanto di immortale c’è nella vita umana.

DOLCEZZA

E’ il tratto tipico del Santo: Pio XI parlò del “tratto soavissimo della sua carità”.

La vera dolcezza non può mai essere “di facciata”, ma tutta interiore. E’ un “segnale” forte e chiaro del grado di cammino che un cristiano ha compiuto. E’ una virtù, che come tutte le altre, non è un qualcosa di dato, ma di conquistato.

Di essa, ne dobbiamo fare “rifornimento” quando viviamo momenti di serenità e gioia, per conservarla quando va peggio. “E non bisogna solo avere la parola dolce; la dolcezza dobbiamo averla nel petto”, scrive in Filotea.

Il primo passo da compiere è ESSERE DOLCI CON NOI STESSI – per poi esserlo con gli altri. Il Santo Vescovo consiglia più volte di non indispettirsi per le proprie imperfezioni; certamente però, quando commettiamo errori, è bene provare dispiacere e rammarico; ma mai cadere nella disperazione o nella collera. Egli suggerisce a Filotea di conservarsi dolce in tutte le occupazioni, nei lavori domestici, nell’alzarsi al mattino o nell’andare a Messa. E bisogna rinnovare tutto questo ogni giorno, sempre e costantemente, per compiere quotidianamente un passo in più.

Ma come conservare questa ed altre virtù?

Con l’orazione, i Sacramenti, la prudenza, la costanza, la sobrietà.

La dolcezza, per lui, è una vera e propria forza, è un “metodo educativo” per eccellenza. “Quando cadiamo in qualche colpa, riprendiamoci con osservazioni dolci e serene; e facciamo lo stesso verso gli altri, dimostrando compassione e aiutandoli a correggersi con dolcezza”.

 

UMILTA’

Questa non è la virtù di chi “manca di spina dorsale”: umile è chi sa riconoscersi piccolo davanti a Dio, chi si fa portavoce di un amore che lo rende discepolo, in grado di vivere la sequela di Gesù.

In Filotea: “Non abbassiamo gli occhi senza abbassare il cuore. Non giochiamo a fare gli ultimi se non siamo disposti ad esserlo per davvero”.

L’umiltà è stare nella Verità, senza pretese e senza sconti: è apertura alla verità su noi stessi e pieno riconoscimento che Dio è Dio. Ciò che conta è servire Lui ogni giorno; e tutta la gloria che a volte ci viene attribuita, è vana per tre ragioni:

          non è in noi;

          se è in noi non è nostra;

          se è nostra non è meritata.

PAZIENZA

In questa virtù vi è una vera imitazione del Signore, il vero Paziente.

Non è mai passiva rassegnazione, né una pseudo-speranza. Il vero paziente non si lamenta del male e non desidera essere compatito. Egli si esprime con naturalezza, sincerità, semplicità, senza lamenti, senza rimpianti, senza esagerazioni.

E anche qui, il Santo parla principalmente di una pazienza che sia innanzitutto per noi stessi (per le nostre continue imperfezioni, per i nostri continui fallimenti): dobbiamo lasciarci guidare dalla provvidente mano di Dio, avanzando con fiducia e semplicità, guardando tutto con occhio semplice, buono, dolce e pieno di affetto. Chi è paziente, poi, non esige dagli altri una perfezione superiore a quella che esige da se stesso.

LE TRE VIRTU’ TEOLOGALI

FEDE – con essa noi vediamo tutto in Dio, attraverso tutto quello che Lui ci ha detto e rivelato.

SPERANZA – risponde al desiderio di felicità che Dio ha posto in noi.

CARITA’ – virtù attraverso la quale amiamo Dio sopra ogni cosa, e il prossimo come noi stessi, per Suo amore. E questo amore riproduce in noi il dono di Dio e ci fa partecipi del Suo Mistero.

Noi che abbiamo ricevuto – scrive nel Teotimo – la fede, la speranza e la carità dalla Bontà divina, dobbiamo volgere costantemente i nostri cuori a Lui e mantenerli tesi verso quel lato per impetrare la continuità e la crescita di queste virtù”.

Per lui, la carità è la virtù per eccellenza. Scrive: “Io lo amo, Signore, questo prossimo, perché Voi lo amate e me li avete donati come fratelli e sorelle e volete che li ami anche io come li amate Voi”.

 

IL RUOLO DI MARIA

Onora, riverisci e rispetta con un amore grande la santa e gloriosa Vergine Maria.

In ogni momento, in ogni circostanza, facciamo appello a questa dolce Madre, invochiamo il suo amore materno e facciamo ogni sforzo per imitare la sue virtù. Abbiamo per Lei un sincero cuore di figli”.